SULL’ESPERIENZA DEL JOBS ACT

Pubblicato il da pythagoriko

Bene.
 
Gli effetti auspicati dall'introduzione del famigerato Jobs Act sono la tanto decantata flessibilità del mercato del lavoro, e l'aumento di occupazione che dovrebbe derivarne.
 
Ebbene, in questi anni, mesi e ultime settimane, ho potuto sperimentare direttamente, che nella realtà dei fatti, dell'esperienza comune quotidiana, avviene esattamente il contrario.
 
Funge da blocco alla flessibilità, e non ha grosse incidenze sull'occupazione.
 
La flessibilità in ingresso nel mondo del lavoro era già ottenuta dalle aziende mediante il consolidato (e deprecabile) uso (improprio) dei contratti a progetto (per lavori che nella realtà erano slegati da progetti, ma si prefiguravano come attività continuative).
 
Ora, molti di questi contratti GIA' ESISTENTI, sono stati convertiti nella nuova forma, che prevede più doveri per il lavoratore rispetto ai co.co.pro., e più tutele per le aziende (cui non si può più far causa, dato che le indennità di licenziamento sono stabilite dal Jobs Act e NULLE per licenziamenti nei primi due anni).
 
In questo senso, contando anche i co.co.pro. convertiti o in conversione con l'anno nuovo, l'apporto REALE all'incremento di occupazione rispetto a prima è sostanzialmente ZERO. Lo vedo accadere di fronte ai miei occhi. Non ci sono reali assunzioni che non ci fossero già anche prima con i co.co.pro.
 
Inoltre, in merito alla flessibilità, chi ha già il contratto a tempo indeterminato pre-Jobs Act, quando decideva di cambiare azienda si vedeva offrire un contratto con le stesse garanzie ma con Retribuzione Annua Lorda maggiore. Ora invece le aziende ti propongono una RAL maggiore, ma non così maggiore da giustificare un cambio di contratto talmente peggiorativo da essere parificabile ad un lancio senza paracadute, perché il contratto proposto è quello del Jobs Act.
 
Il risultato è che è ben difficile che uno cambi azienda, vanificando, nella realtà dei fatti, qualunque ipotesi di flessibilità.
 
Qualcuno mi ha detto che siamo in una fase transitoria nella quale gli stipendi saliranno gradualmente ai livelli del resto d'Europa, per compensare il rischio di licenziabilità insito in questi nuovi contratti che sono allineati ai contratti vigenti nelle altre nazioni europee.
 
Bhe, intanto non tutte le nazioni europee adottano nel mondo del lavoro queste forme di liberismo selvaggio tipiche del mondo anglosassone, e anche se questo sistema fosse adottato da tutte le nazioni, questo non lo renderebbe automaticamente giusto. E infatti non lo è.
 
Inoltre ho fatto l'esperimento di contrattare la rinuncia all'articolo 18 in cambio di una RAL maggiore, ed e REALMENTE IMPOSSIBILE schiodare le aziende dalla cifra che ritengono di dover pagare in Italia per il tuo lavoro, articolo 18 o meno. Ritengo difficile se non impossibile che gli stipendi italiani si allineino a quelli europei solo in virtù dell'esistenza del Jobs Act. Non credo minimamente che le aziende lo faranno, e col Jobs Act hanno loro il coltello della contrattazione dalla parte del manico, mentre chi lavora dovrà chinare il capo, perché senza unire le forze per fare la voce grossa al tavolo della trattativa non si va da nessuna parte.
 
Un'altro mi ha detto che con il Jobs Act sono le competenze che garantiscono dalla perdita del lavoro. E subito mi vengono in mente tutte le altre casistiche nelle quali NONOSTANTE le competenze i licenziamenti sono avvenuti comunque per: malattia, delocalizzazioni, ristrutturazioni aziendali, acquisizioni e cessioni, mobbing e vessazioni, antipatie, avances del capo non assecondate, credo religioso, idee politiche o attività sindacale, partecipazione a scioperi non graditi...
 
Ecco che il Jobs Act palesa il vero ruolo per il quale è stato introdotto: scardinare le tutele che garantiscono il mantenimento della dignità delle persone nel mondo del lavoro, per impedire che datore di lavoro e lavoratore si siedano al tavolo della trattativa come persone aventi pari dignità di fronte alla società e alla legge. L’obiettivo è quello di creare una società non di persone, ma di "risorse" facilmente ricattabili ed intercambiabili, che non abbiano potere contrattuale.
 
C'è anche un'altra considerazione di cui tenere conto.

Ti capitare di fare colloqui presso un'azienda che quando gli fai notare che è possibile derogare al Jobs Act, questa in maniera palesemente menzognera, ribatte che oggi tutte le assunzioni vengono fatte con il Jobs Act che sostituisce integralmente la vecchia normativa.
Quando giustamente, gli dai i riferimenti normativi per i quali è possibile derogare al Jobs Act, questi ritirano la proposta che ti avevano fatto inizialmente.

Il motivo è semplicissimo: non vogliono assumere una persona intelligente che è in grado di capire quando viene ingannata o raggirata, perché una simile persona va trattata con rispetto e dignità, e questo ha un costo. Preferiscono magari assumere un ventenne inesperto che non controbatte e prende quel che gli viene offerto senza fiatare. Preferiscono uno che possono raggirare come vogliono e nei confronti del quale, in caso di conflitti, possono usare la leva ricattatoria messa in essere dal Jobs Act.

Ancora una volta diviene palese che il Jobs Act è stato introdotto apposta per consentire alle aziende di usare metodi ricattatori e vessatori, per comprimere in maniera ignobile e infame la possibilità della persona lavoratrice di mantenere una sua dignità di fronte ai datori di lavoro.

Anzi il Jobs Act diventa motivo di DISCRIMINAZIONE reale tra cittadini lavoratori. E già solo per questo aspetto è da considerare incostituzionale, ancor di più perché i lavoratori del settore pubblico sono esenti dalla sua applicazione.
 
Questo rigurgito di società ottocentesca va osteggiato e combattuto in ogni modo e con ogni risorsa, e non va accettato passivamente come “modernità”, perché non lo è, anche se ci viene venduto come tale. Non bisogna lasciare che cambi la nostra società, non tanto per noi, quanto per i nostri figli, alcuni dei quali ne stanno già pagando il prezzo, o lo pagheranno a breve, appena si metteranno in cercaa di lavoro.
 
E' evidente che l'unico modo per contrastare questa deriva ottocentesca del mercato del lavoro è solo e unicamente unirsi in gruppo per forzare le aziende all'accettazione delle istanze di chi lavora, di chi produce veramente, di chi veramente fa andare le mani.
 
Soluzioni ottocentesche per problemi ottocenteschi.
 
Oggi però possiamo fare meglio, essere più bravi!
 
Possiamo trovare delle soluzioni ottocentesche 2.0.

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